Disturbi di personalità: di cosa parliamo davvero
Quando si parla di disturbi di personalità, spesso si ha l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di fisso, immutabile, quasi “scritto” nella persona.
In realtà, da una prospettiva psicodinamica, è più corretto parlare di funzionamenti di personalità: modi relativamente stabili di sentire, pensare, vivere le emozioni e stare in relazione con gli altri.
La personalità non è qualcosa che “si ha”, ma qualcosa che si costruisce nel tempo, soprattutto all’interno delle relazioni significative.
È il risultato di come una persona ha imparato, spesso molto presto, a proteggersi, a cercare sicurezza, a dare un senso a ciò che prova.
In questa pagina
- Funzionamento e disturbo
- Organizzazione di personalità
- Il ruolo dell’attaccamento
- Perché parlare di sofferenza
- Psicoterapia e cambiamento
Funzionamenti specifici
Funzionamento e disturbo: una differenza importante
È fondamentale distinguere tra:
- funzionamento di personalità
- disturbo di personalità
Molte caratteristiche che oggi vengono considerate “problematiche” possono, in altri momenti della vita o in altri contesti, essere state strategie adattive.
Diventano fonte di sofferenza quando:
- si irrigidiscono
- si ripetono in modo automatico
- limitano la libertà emotiva e relazionale
- rendono difficile il rapporto con sé e con gli altri
In questi casi non è la persona ad essere “sbagliata”, ma il modo in cui è costretta a funzionare, spesso senza alternative percepite.
Il contributo della psicodinamica: l’organizzazione di personalità
Secondo la prospettiva psicodinamica (in particolare il modello di Otto Kernberg), non esistono confini netti tra normalità e patologia, ma livelli di organizzazione della personalità.
Ciò che cambia non è solo cosa una persona prova, ma:
- quanto riesce a tollerare le emozioni
- quanto è stabile l’immagine di sé e dell’altro
- quanto è possibile mantenere relazioni continuative senza che diventino eccessivamente minacciose o dolorose
Questa prospettiva consente di leggere i disturbi di personalità come tentativi di mantenere un equilibrio interno, spesso fragile, più che come difetti strutturali.
L’attaccamento: un elemento centrale
Un elemento essenziale nella comprensione dei disturbi di personalità è il sistema di attaccamento.
Fin dall’infanzia, ciascuno di noi impara:
- se l’altro è disponibile o imprevedibile
- se le emozioni trovano accoglienza o rifiuto
- se la vicinanza è sicura o pericolosa
Quando le prime relazioni sono state segnate da:
- discontinuità
- intrusività
- rifiuto
- forte ambivalenza
la persona può sviluppare modalità di funzionamento orientate più alla sopravvivenza emotiva che alla fiducia relazionale.
Molti funzionamenti di personalità possono essere compresi come strategie di regolazione dell’attaccamento: modi per non perdere l’altro, per non sentirsi abbandonati, per non dipendere troppo o, al contrario, per non rimanere soli.
Perché parlare di sofferenza (e non solo di diagnosi)
Dietro ogni disturbo di personalità c’è quasi sempre una sofferenza significativa, che può manifestarsi come:
- instabilità emotiva
- relazioni intense e conflittuali
- senso di vuoto
- difficoltà nel riconoscere e dare un nome alle emozioni
- paura dell’abbandono o della dipendenza
La diagnosi, se isolata dal contesto relazionale e affettivo, rischia di diventare una semplificazione riduttiva.
Il lavoro psicoterapeutico, invece, mira a comprendere come e perché quel funzionamento si è strutturato.
Psicoterapia e disturbi di personalità
Un percorso psicoterapeutico psicodinamico offre uno spazio in cui:
- le modalità relazionali possono essere osservate nel “qui e ora”
- le emozioni trovano contenimento
- l’attaccamento viene esplorato in modo graduale e sicuro
- diventano possibili nuove forme di esperienza emotiva
Non si tratta di “cambiare personalità”, ma di ampliare il proprio modo di funzionare, rendendolo più flessibile e meno doloroso.
In conclusione
Parlare di disturbi di personalità significa, prima di tutto, parlare di storie, di relazioni, di tentativi di adattamento.
Comprendere questi funzionamenti è il primo passo per trasformare la sofferenza in qualcosa che può essere pensato, condiviso e, nel tempo, cambiato.